Non sempre le difficoltà universitarie sono visibili. A volte si manifestano apertamente attraverso il calo del rendimento, la perdita di motivazione o l’abbandono degli studi. Altre volte, invece, assumono la forma del silenzio.
Può accadere che uno studente o una studentessa eviti di raccontare un esame non superato, minimizzi un ritardo nel percorso, lasci credere che gli studi stiano procedendo regolarmente quando in realtà sta attraversando un periodo di forte difficoltà. In alcuni casi, queste omissioni restano episodiche; in altri possono trasformarsi in un segreto che si protrae nel tempo e che coinvolge genitori, familiari, partner o amici.
Questi comportamenti possono assumere forme diverse che vanno dall’omissione selettiva, cioè la tendenza a occultare alcune informazioni a discapito di altre, soprattutto se percepite come negative o dolorose, fino a forme più strutturate di occultamento, che includono il lasciar credere che la realtà sia diversa da come effettivamente è (Goldstein et al., 2022; Jiang et al., 2017).
Sebbene tali fenomeni non riguardino esclusivamente l’ambito accademico, gli studi mostrano come le difficoltà accademiche possano rappresentare un contesto favorevole alla comparsa di strategie di occultamento. Il terreno su cui maturano, del resto, si forma già negli anni della scuola secondaria: negli ultimi anni la pressione scolastica percepita è aumentata in Europa, mentre, soprattutto tra le ragazze, è diminuita la quota di adolescenti che dichiara di riuscire a parlare con facilità ai genitori di ciò che li preoccupa (Badura et al., 2024).
Con il passaggio all’università questa tendenza non si attenua, e si innesta su un disagio tutt’altro che raro: una recente meta-analisi su 27 studi e quasi 23.000 studenti italiani ha rilevato livelli elevati di stress (72,6%), ansia (61,8%) e sintomi depressivi (41,6%), oltre a un rischio suicidario nel 6,1% dei casi, a fronte di fattori di rischio accademici, individuali e relazionali ben documentati (Gambolò et al., 2025; Limone & Toto, 2022). In questo quadro, un’indagine condotta su 1.100 studenti universitari evidenzia che circa uno studente su due arriva a mentire sull’andamento della propria carriera universitaria, soprattutto per ragioni di sopravvivenza emotiva: c’è chi nasconde un esame fallito e chi, sprofondando in una spirale da cui non sa uscire, arriva a fingere intere sessioni o l’imminenza della laurea (Skuola.net, 2026).
Perché accade?
Nascondere le proprie difficoltà raramente è segno di scarsa responsabilità o di poca sincerità. Più spesso rappresenta un tentativo di proteggersi da emozioni dolorose, come ansia, vergogna, senso di colpa o paura del giudizio.
Uno dei fattori che può contribuire a questo fenomeno è la paura di non corrispondere alle aspettative. Per molti studenti, infatti, l’università non è soltanto un percorso di apprendimento, ma anche uno spazio in cui si misura il proprio valore, la propria autonomia e la capacità di essere all’altezza delle attese personali, familiari e sociali. In una cultura fortemente orientata alla prestazione, che valorizza efficienza, rapidità e produttività, non superare un esame, ottenere un voto inferiore alle aspettative o accumulare un ritardo possono essere vissuti non come eventi fisiologici del percorso formativo, ma come segnali di inadeguatezza personale.
Quando il valore di sé viene legato rigidamente ai risultati, la pressione aumenta e l’ambiente universitario può trasformarsi in uno spazio in cui ogni prova sembra confermare o smentire quanto si vale. L’indagine di Skuola.net mostra che 7 universitari su 10 in Italia sentono la pressione di essere all’altezza delle aspettative altrui, siano esse familiari o culturali più ampie; circa la metà riferisce di avvertire questo peso ogni giorno. Questa pressione — e in particolare la spinta a eccellere — è tra i fattori che più alimentano stress, ansia e disagio psicologico negli studenti universitari, in Italia come altrove (Chyu & Chen, 2022; Gambolò et al., 2025; Limone & Toto, 2022; Philpot & Donachie, 2025).
In questo contesto, la vergogna svolge un ruolo centrale. A differenza del senso di colpa, che riguarda le proprie azioni oppure omissioni, la vergogna coinvolge il modo in cui la persona percepisce sé stessa: non semplicemente “ho avuto una difficoltà”, ma “sono incapace”, “non sono all’altezza”, “gli altri saranno delusi da me”. Il silenzio può allora sembrare una forma di protezione dall’esposizione e dal giudizio.
Anche il perfezionismo può alimentare questo meccanismo. Quando l’errore o la battuta d’arresto vengono vissuti come minacce all’identità personale, diventa più difficile tollerarli e raccontarli. In particolare, la preoccupazione eccessiva per gli errori, il dubbio sulle proprie azioni e il timore del giudizio altrui possono favorire la tendenza a mascherare le difficoltà e a nascondere ciò che viene percepito come fallimentare (Frost et al., 1990; Hewitt, Flett, & Mikail, 2020). Questa lettura trova conferma empirica. È lo scarto percepito tra standard e prestazione — non l’avere standard elevati in sé — a essere associato a una minore disponibilità a parlare del proprio disagio (Kahn et al., 2021). E in un gruppo di studentesse universitarie era proprio la tendenza a nascondere gli aspetti negativi di sé a spiegare buona parte del legame tra perfezionismo disadattivo e sofferenza psicologica (Kawamura & Frost, 2004). Ciò emerge soprattutto nei momenti di maggiore stress: proprio quando condividere sarebbe più utile, chi tende a giudicarsi con severità si apre meno degli altri (Richardson & Rice, 2015).
La qualità delle relazioni familiari e significative può infine facilitare oppure ostacolare la condivisione. Gli studenti tendono ad aprirsi di più quando percepiscono ascolto, sostegno emotivo e assenza di giudizio; al contrario, la percezione di critiche, incomprensione o scarsa accoglienza può favorire chiusura e occultamento (Jiang et al., 2017; Goldstein et al., 2022; Kuckertz et al., 2021).
Il costo del silenzio
Nel breve periodo, non parlare delle proprie difficoltà può sembrare una soluzione efficace. Evita conversazioni spiacevoli, riduce temporaneamente l’ansia e protegge dalla vergogna. Nel lungo periodo, tuttavia, mantenere una distanza tra la propria esperienza reale e l’immagine che si presenta agli altri può diventare psicologicamente molto faticoso. Una rassegna che ha messo insieme oltre 130 studi e più di 40.000 partecipanti mostra che la tendenza a nascondere agli altri ciò che ci fa stare male si accompagna in modo consistente a sintomi depressivi, ansia, disturbi fisici e ad atteggiamenti più diffidenti verso la richiesta di aiuto (Larson et al., 2015). Il meccanismo, però, non è un semplice ritirarsi: chi tende a occultare riferisce meno esperienze relazionali positive e, soprattutto, più esperienze negative — sentirsi criticati, sminuiti — ed è a queste ultime che si lega buona parte del malessere (Vogel & Armstrong, 2010). Anche sul piano accademico può diventare un ostacolo: quando le difficoltà non vengono condivise, è più difficile ricevere sostegno, individuare strategie efficaci o accedere alle risorse disponibili all’interno dell’università. Il silenzio, in altre parole, non protegge dalla difficoltà: la rende più solitaria.
Una strada possibile: chiedere aiuto
Se ti riconosci in alcune delle situazioni descritte, è importante ricordare che attraversare momenti di difficoltà nel percorso universitario è un’esperienza comune e non rappresenta un indicatore del tuo valore personale. Parlare con una persona di fiducia, confrontarsi con altri studenti o rivolgersi a un professionista può contribuire a ridurre il peso del segreto e a trovare nuove modalità per affrontare la situazione. L’Università Roma Tre mette a disposizione della popolazione studentesca diversi servizi di supporto psicologico. Questi spazi offrono un contesto riservato e non giudicante in cui esplorare le proprie difficoltà, comprendere le emozioni che le accompagnano e individuare strategie più efficaci per affrontarle. Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa riconoscere che alcune difficoltà meritano di essere condivise, capite e affrontate.
Risorse
Libri
Kabat-Zinn, J. (2016). Vivere momento per momento. Sconfiggere lo stress, il dolore, l’ansia e la malattia con la mindfulness. Corbaccio.
Mann, S. (2021). La sindrome dell’impostore. Perché pensi che gli altri ti sopravvalutino. Feltrinelli.
Curran, T. (2024). Elogio dell’imperfezione. Come vivere sereni senza essere perfetti. Einaudi.
Camporese, L., Sartirana, M., Dalle Grave, R. (2012). Vincere il Perfezionismo. Un programma basato sulla terapia cognitivo-comportamentale. Positive Press.
Beaumont, E., Irons, C. (2022). Il quaderno della compassione. Una guida passo dopo passo per sviluppare il sé compassionevole. Giovanni Fioriti Editore
Articoli divulgativi
La vergogna. State of Mind. https://www.stateofmind.it/vergogna/
Stress da università. State of Mind. https://www.stateofmind.it/2023/06/studenti-universitari-stress/https://www.stateofmind.it/2023/06/studenti-universitari-stress/
Studenti sotto pressione: 1 universitario su 2 ha mentito almeno una volta sui suoi risultati, la metà degli alunni odia la scuola. https://www.skuola.net/news/skuola-originals/studenti-ansia-prestazione-pressione-scuola-universita-bugie.html
Podcast
Esami, ritardi e silenzi: quando gli studenti smettono di raccontarsi. Cos’hai in mente? Roma Tre Radio Podcast. https://open.spotify.com/episode/2hiLKkSnZYOYtQ941oLmVx?si=0865b046701e462e
Ammettere di avere un problema. Fatti di mente – La psicologia e le Neuroscienze nella vita di tutti i giorni. https://open.spotify.com/episode/7qyZKETga2q78QIWJCYXaZ?si=b6c590eaf30e4033https://open.spotify.com/episode/7qyZKETga2q78QIWJCYXaZ?si=b6c590eaf30e4033
Pensiero catastrofico: riconoscerlo e ridimensionarlo. Fatti di mente – La psicologia e le Neuroscienze nella vita di tutti i giorni. https://open.spotify.com/episode/2iSlmIprty5Ce6ugqZmvJ4?si=2e8f514432ee489fhttps://open.spotify.com/episode/2iSlmIprty5Ce6ugqZmvJ4?si=2e8f514432ee489f
La trappola del confronto sociale spiegata in 5 minuti. Fatti di mente – La psicologia e le Neuroscienze nella vita di tutti i giorni. https://open.spotify.com/episode/2wd4Bf62rMizJsadbp1QGm?si=999d00fb77b5435f
Autocritica: perché siamo così duri con noi stessi. Fatti di mente – La psicologia e le Neuroscienze nella vita di tutti i giorni. https://open.spotify.com/episode/7k0n50jgfHS7KJ2rDK17uu?si=DJvjgbdYR0KWbcNdekgoYghttps://open.spotify.com/episode/2wd4Bf62rMizJsadbp1QGm?si=999d00fb77b5435f
Bibliografia
Badura, P., Eriksson, C., García-Moya, I., Löfstedt, P., Melkumova, M., Sotiroska, K., Wilson, M., Brown, J., & Inchley, J. (a cura di). (2024). A focus on adolescent social contexts in Europe, central Asia and Canada. Health Behaviour in School-aged Children international report from the 2021/2022 survey (Vol. 7). WHO Regional Office for Europe.
Chyu, E. P. Y., & Chen, J.-K. (2022). Associations between academic stress, mental distress, academic self-disclosure to parents and school engagement in Hong Kong. Frontiers in Psychiatry, 13, 911530. https://doi.org/10.3389/fpsyt.2022.911530
Frost, R. O., Marten, P., Lahart, C., & Rosenblate, R. (1990). The dimensions of perfectionism. Cognitive Therapy and Research, 14(5), 449–468. https://doi.org/10.1007/BF01172967
Gambolò, L., Pireddu, R., D’Angelo, M., Ticozzi, E. M., Bellini, L., Solla, D., Fagoni, N., & Stirparo, G. (2025). Exploring mental health of Italian college students: a systematic review and meta-analysis. Discover Mental Health, 5, 91. https://doi.org/10.1007/s44192-025-00229-y
Goldstein, S. E., Gunn, J. F. III, Park, J., Paldi, R., & Greiner, C. (2022). Predicting youth information management in emerging adulthood from parental mindfulness and social support. Youth, 2(4), 633–645. https://doi.org/10.3390/youth2040044
Hewitt, P. L., Flett, G. L., & Mikail, S. F. (2020). Perfezionismo. Un approccio relazionale alla comprensione, alla valutazione e al trattamento. Fioriti Editore.
Jiang, L. C., Yang, I. M., & Wang, C. (2017). Self-disclosure to parents in emerging adulthood: Examining the roles of perceived parental responsiveness and separation-individuation. Journal of Social and Personal Relationships, 34(4), 425–445. https://doi.org/10.1177/0265407516640603
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Larson, D. G., Chastain, R. L., Hoyt, W. T., & Ayzenberg, R. (2015). Self-concealment: Integrative review and working model. Journal of Social and Clinical Psychology, 34(8), 705–729. https://doi.org/10.1521/jscp.2015.34.8.705
Limone, P., & Toto, G. A. (2022). Factors that predispose undergraduates to mental issues: A cumulative literature review for future research perspectives. Frontiers in Public Health, 10, 831349. https://doi.org/10.3389/fpubh.2022.831349
Philpot, N., & Donachie, T. C. (2025). Perfectionism and psychological distress in university students: The role of mistake rumination. Personality and Individual Differences, 246, 113368. https://doi.org/10.1016/j.paid.2025.113368
Richardson, C. M. E., & Rice, K. G. (2015). Self-critical perfectionism, daily stress, and disclosure of daily emotional events. Journal of Counseling Psychology, 62(4), 694–702. https://doi.org/10.1037/cou0000100
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Vogel, D. L., & Armstrong, P. I. (2010). Self-concealment and willingness to seek counseling for psychological, academic, and career issues. Journal of Counseling & Development, 88(4), 387–396. https://doi.org/10.1002/j.1556-6678.2010.tb00038.x